Plastica – Semi di Scienza https://www.semidiscienza.it Fri, 13 Dec 2024 17:15:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.10 https://www.semidiscienza.it/wp-content/uploads/2019/01/cropped-Semi-di-scienza-1-32x32.png Plastica – Semi di Scienza https://www.semidiscienza.it 32 32 Trattato globale sulla plastica, INC-5 chiude senza accordo: si va al 2025 https://www.semidiscienza.it/2024/12/04/trattato-globale-sulla-plastica-inc-5-chiude-senza-accordo-si-va-al-2025/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=trattato-globale-sulla-plastica-inc-5-chiude-senza-accordo-si-va-al-2025 https://www.semidiscienza.it/2024/12/04/trattato-globale-sulla-plastica-inc-5-chiude-senza-accordo-si-va-al-2025/#respond Wed, 04 Dec 2024 11:14:00 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=3013 di Tosca Ballerini, articolo già pubblicato su Materia Rinnovabile: https://www.renewablematter.eu/trattato-globale-sulla-plastica-inc-5-chiude-senza-accordo-rimandato-2025

Il quinto ciclo di negoziati (INC-5) per uno strumento internazionale giuridicamente vincolante (Internationally Legally Binding Instrument, ILBI) contro l’inquinamento da plastica si è chiuso a Busan, in Corea del Sud, alle 2:50 del mattino di lunedì 2 dicembre senza un accordo. Il Comitato intergovernativo di negoziazione ha deciso di riunirsi nuovamente in una sessione aggiuntiva nel 2025 nella quale le negoziazioni riprenderanno sulla base di un documento informale prodotto dal Presidente di INC, Vayas Valdivieso.

Secondo l’agenda dei lavori, i delegati avrebbero dovuto lavorare in quattro gruppi di contatto per arrivare a produrre una bozza sostanziale dell’ILBI entro venerdì 29 novembre. Questo avrebbe dato il tempo al Legally Drafting Group di esaminare la bozza dell’accordo prima della sua adozione da parte dei negoziatori entro domenica 1° dicembre. I lavori però sono andati a rilento e i negoziatori non sono riusciti a produrre nessun testo. Tre i punti sui quali c’è stato il maggior disaccordo: prodotti e sostanze chimiche problematiche utilizzate nei prodotti di plastica (bozza dell’articolo 3 nel terzo non paper di Vayas Valdivieso); produzione (supply, bozza dell’articolo 6); finanza, compresa l’istituzione di un meccanismo finanziario (bozza dell’articolo 11).

Trattato globale sulla plastica, i punti critici

Per le bozze dell’articolo 3 e dell’articolo 6, le opinioni dei negoziatori andavano dall’esclusione totale della questione dall’ILBI (posizione mantenuta dai Like-minded countries e dal gruppo arabo), alle proposte di elenchi dei prodotti e delle sostanze chimiche più dannose da vietare nei prodotti di plastica e dell’introduzione di un obiettivo globale per ridurre la produzione di polimeri plastici primari a livelli sostenibili e promuovere l’economia circolare, adottando misure lungo l’intero ciclo di vita della plastica (posizione mantenuta dai paesi della High Ambition Coalition e da altri “stati volenterosi).

Sulla bozza dell’articolo 11, le opinioni condivise includevano la necessità di un meccanismo finanziario dedicato e autonomo, finanziato principalmente dai paesi sviluppati che avrebbe facilitato i paesi in via di sviluppo nell’attuazione del futuro trattato. Includevano anche un meccanismo finanziario, finanziato da tutte le parti e da fonti aggiuntive, tra cui l’industria.

Non si è trovato un accordo neanche su alcuni argomenti che sembravano essere meno divisivi, come la gestione dei rifiuti. Durante la riunione plenaria di mercoledì 27 novembre, la maggior parte dei negoziatori ha espresso frustrazione riguardo le tattiche dilatorie messe in atto dal gruppo dei Like-minded countries. “Questa situazione si sta trasformando in una mini COP sul clima”, ha detto il giorno dopo un delegato sottolineando le “tattiche dilatorie simili” a quelle osservate durante i negoziati sul clima. Il riferimento è all’utilizzazione del consenso per bloccare ogni progresso. Ad apertura dei lavori, il 25 novembre, India, Federazione Russa, Kazakistan, Bahrein, Egitto, Arabia Saudita per il gruppo arabo e Kuwaitper i Like-mindedcountries avevano ribadito che tutte le decisioni su questioni sostanziali avrebbero dovuto essere prese tramite consenso e che la regola procedurale 38.1 (che prevede il ricorso al voto qualora non sia trovi il consenso) non avrebbe dovuto essere invocata.

Gli sforzi di Vayas Valdivieso e le consultazioni a porte chiuse

Per cercare di superare lo stallo nelle negoziazioni, venerdì 29 novembre Vayas Valdisvieso ha interrotto i lavori dei gruppi di contatto e intrapreso delle consultazioni informali a porte chiuse. Sulla base delle opinioni raccolte dai delegati dei vari paesi, Vayas Valdivieso ha prodotto un nuovo documento informale (il suo  quarto non-paper) che è stato fatto circolare nella sera. Secondo gli osservatori, la decisione del presidente di INC di produrre una nuova bozza del testo dell’accordo è stata una mossa coraggiosa e “potenzialmente uno dei momenti più significativi della trattativa”. In plenaria l’Arabia Saudita aveva infatti detto che il rischio maggiore sarebbe stato quello di “vedersi paracadutare un testo dall’alto”.

Le consultazioni informali a porte chiuse sono continuate anche sabato 30, quando hanno cominciato a circolare voci di un INC-5.2 o di un’estensione della riunione in corso fino a martedì 3 dicembre. Nel pomeriggio di domenica 1° dicembre Vayas Valdivieso ha reso pubblica una quinta versione del suodocumento informale (Chair’s Text). Nella plenaria finale di domenica sera, i delegati hanno deciso di aggiornare la seduta a una prossima riunione nel 2025, e alla 1:13 del mattino di lunedì 2 dicembre hanno accettato il nuovo testo del presidente di INC come base per le negoziazioni.

“Sebbene INC-5 abbia visto progressi sul testo, non è riuscito ad affrontare i problemi politici e procedurali di fondo che hanno rovinato questo processo fin dall’inizio”, ha detto a Materia Rinnovabile Magnus Løvold della Norwegian Academy of International Law.“Penso che sempre più paesi vedano che alcuni dei paesi coinvolti, come l’Arabia Saudita e la Russia, stanno negoziando in malafede e non accetteranno mai un trattato, per non parlare di un trattato efficace. Affinché INC-5.2 abbia successo, i paesi ambiziosi devono lasciarsi alle spalle gli spoiler e concludere un trattato senza di loro. Questo è chiaramente l’unico modo. Le dichiarazioni congiunte rilasciate in plenaria da Ruanda e Messico mostrano che c’è una maggioranza progressista che potrebbe essere disposta a farlo.”

Ruanda, Messico e Panama alla guida dei paesi volenterosi

Nella plenaria di domenica sera, Juliet Kabera, negoziatrice del Ruanda (paese co-chair assieme alla Norvegia della High Ambition Coalition), parlando a nome di 85 stati ha espresso “forti preoccupazioni circa le continue richieste da parte di un piccolo gruppo minoritario di paesi di rimuovere dal testo le disposizioni vincolanti che sono indispensabili affinché il trattato sia efficace”. Alla fine del suo intervento ha chiesto ai presenti in sala di alzarsi in piedi se fossero stati d’accordo con un trattato globale forte. Quasi tutta la sala si è alzata in piedi, un segno molto chiaro di ambizione. Dopo di lei, Camila Zepeda del Messico ha iniziato il suo intervento leggendo i nomi dei 95 paesi che hanno sottoscritto una disposizione “legalmente vincolante” per “eliminare gradualmente” i prodotti di plastica più dannosi e le sostanze chimiche preoccupanti utilizzate nella loro produzione.

In una conferenza stampa per gli stati membri che si era tenuta prima della assemblea plenaria, gli stati in via di sviluppo e i membri dell’UE insieme hanno dato una “dimostrazione eroica di forza”. Juan Carlos Monterrey di Panama aveva detto: “Questa non è un’esercitazione, questa è una lotta per la sopravvivenza. La plastica non è comoda, è un’arma di distruzione di massa. Se non otteniamo un ambizioso trattato di Busan sarà un tradimento… la storia non ci perdonerà”. Secondo il Center for International Environmental Law (CIEL), anche l’UE ha svolto un “ruolo cruciale”: Anthony Agotha ​​(UE) e Olga Givernet (Francia) hanno entrambi rilasciato dichiarazioni a favore della produzione e di altre misure ambiziose.

“Quello che abbiamo visto a Busan è stata un’arma del consenso da parte di un piccolo numero di paesi per bloccare i progressi e indebolire i negoziati”,ha detto David Azoulay, Direttore di Environmental Health a CIEL. “Dobbiamo resistere all’idea che questo processo sia destinato a rimanere paralizzato dall’ostruzione. Alla prossima sessione, i paesi devono chiarire una volta per tutte che sono pronti a usare tutte le opzioni, incluso il voto, per realizzare il trattato che continuano a sostenere sia necessario”.

Molti lobbysti ai negoziati per il Trattato globale sulla plastica

Nel secondo giorno di negoziazioni i rappresentanti della società civile hanno denunciato l’organizzazione di INC-5 per le disposizioni che limitavano gravemente la partecipazione ai negoziati. Nonostante i quasi 1.900 partecipanti all’INC, i lavori dei gruppi di contatto erano stati tenuti in stanze con solo 60 posti assegnati ai partecipanti non membri, una cifra che ammonta al 3% dei partecipanti registrati. La situazione è stata poi risolta nei giorni successivi.

Sempre martedì 26 novembre, un’analisi di CIEL ha mostrato che 220 lobbisti dell’industria chimica e dei combustibili fossili erano registrati per partecipare all’INC-5. Presi insieme, sarebbero il singolo paese più grande. Per fare un paragone: la Repubblica di Corea, paese ospitante, aveva 140 rappresentanti, le delegazioni dell’Unione Europea e di tutti i suoi stati membri insieme 191, mentre gli scienziati indipendenti della Scientists’ Coalition for an Effective Plastics Treaty erano 70.

“Come scienziati indipendenti, siamo preoccupati che la scienza sia stata usata impropriamente per creare confusione e ritardi da parte di alcuni stati membri”, ha detto Trisia Farrelly, professoressa e membro onorario presso la Massey University e scienziata senior presso il Cawthron Institute (Nuova Zelanda) in un comunicato stampa della Scientists’ Coalition rilasciato dopo la chiusura di INC-5. “Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza di una scienza e di strategie indipendenti e solide per impedire che i conflitti di interesse facciano deragliare il futuro trattato.”

In una conferenza stampa dell’International Indigenous Peoples’ Forum on Plastics tenutasi sabato 30 novembre, i rappresentanti indigeni hanno detto, in riferimento alle consultazioni informali a porte chiuse: “Siamo stati messi a tacere e sottovalutati strategicamente” in queste negoziazioni. “Come si può parlare di una giusta transizione, quando non ci viene dato uno spazio al tavolo?”

Immagine: Camila Isabel Zepeda Lizama, Messico, a nome di 95 paesi. Foto: IISD/ENB – Kiara Worth

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Trattato globale sulla plastica: meglio un accordo debole o nessun accordo? https://www.semidiscienza.it/2024/12/01/trattato-globale-sulla-plastica-meglio-un-accordo-debole-o-nessun-accordo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=trattato-globale-sulla-plastica-meglio-un-accordo-debole-o-nessun-accordo https://www.semidiscienza.it/2024/12/01/trattato-globale-sulla-plastica-meglio-un-accordo-debole-o-nessun-accordo/#respond Sun, 01 Dec 2024 16:23:31 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=3007 di Tosca Ballerini, articolo già pubblicato su Materia Rinnovabile: https://www.renewablematter.eu/trattato-globale-sulla-plastica-meglio-un-accordo-debole-o-nessun-accordo

Inizia oggi, 25 novembre 2024, a Busan, Corea del Sud, il quinto e ultimo ciclo di negoziati (INC-5) per un trattato globale sulla plastica che dovrebbe concludersi il 1° dicembre. Sono passati due anni e mezzo dallo storico accordo del 2 marzo 2022 con il quale la quinta Assemblea dell’ambiente delle Nazioni Unite (UNEA-5.2) ha richiesto al direttore esecutivo del Programma per l’ambiente (UNEP) delle Nazioni Unite di convocare un Comitato intergovernativo di negoziazione (INC) per sviluppare uno strumento giuridicamente vincolante che affronti l’intero ciclo di vita della plastica entro il 2024. Ma i punti di disaccordo tra i paesi continuano a essere più numerosi dei punti di convergenza e i rimanenti sette giorni di negoziati sembrano essere insufficienti per concludere un accordo efficace.

La posta in gioco è sapere se prevarranno gli obiettivi ambientali e la tutela della salute umana, tramite un accordo che affronti la proliferazione della plastica in tutte le fasi dalla produzione allo smaltimento come vorrebbe la High Ambition Coalition To End Plastic Pollution, oppure gli interessi economici delle industrie petrolchimiche e dei paesi produttori di plastica (autodefinitesi i Like-minded Countries) che si oppongono a un trattato che includa obiettivi ambiziosi che limiterebbero o ridurrebbero la produzione primaria di plastica e vorrebbero ridurre lo scopo dell’accordo alla gestione dei rifiuti. Nel mezzo tra i due gruppi si trovano gli Stati Uniti, che nel giugno 2024 avevano annunciato il loro sostegno alla riduzione della produzione di plastica, ma hanno fatto marcia indietro dopo le recenti elezioni americane.

Like-minded Countries, guidati da Arabia Saudita, Iran e Russia, hanno messo in atto tattiche per fare deragliare le negoziazioni in tutti i precedenti cicli di negoziati (INC-1 a Punta del Este; INC-2 a Parigi; INC-3 a Nairobi; INC-4 a Ottawa) e di fatto si è arrivati a INC-5 con un testo di negoziazione ufficiale (la cosiddetta Bozza Zero Rivista) che non può essere usato per le negoziazioni perché eccessivamente lungo e incomprensibile e con un documento informale proposto dal presidente dell’INC, l’ambasciatore Luis Vayas Valdivieso dell’Ecuador, in cui non è presente nessuna opzione relativamente a obblighi di riduzione della produzione di plastica primaria. 

I 67 paesi della High Ambition Coalition hanno riaffermato in una dichiarazione ministeriale congiunta in vista di INC-5 la loro volontà di concludere un accordo entro la fine del 2024, e così hanno fatto i leader delle principali economie del mondo con la dichiarazione del G20 di Rio de Janeiro. Ma tra gli osservatori c’è il dubbio che concludere un accordo che non sia ambizioso potrebbe essere controproduttivo.

Il pericolo di un approccio start & strengthen

Con l’avvicinarsi dei negoziati finali sul trattato sulla plastica, c’è una spinta per fissare obiettivi globali”, ha detto Hélionor de Anzizu, senior attorney al Center for International Environmental Law (CIEL). “Tuttavia, senza obblighi nazionali vincolanti, il trattato rischia di diventare un accordo stile Parigi. Basarsi esclusivamente su obiettivi generali può portare ad azioni frammentate, sfide commerciali e attriti tra i mercati ed è probabile che ritardi un impatto significativo.”

Nell’ultimo periodo, infatti, si è parlato di adottare un approccio start & strengthen (iniziare e poi rafforzare), che però secondo CIEL rischia di essere problematico in quanto spesso fissa degli obiettivi globali ma rinvia le azioni necessarie per raggiungerli al futuro, senza alcuna garanzia che queste azioni di rafforzamento avvengano poi effettivamente. Come esempio del fallimento di questo approccio, CIEL cita la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici e l’Accordo di Parigi. Gli stati lasciati ad agire per conto proprio hanno creato un divario sostanziale tra lo scopo dell’accordo (limitare il riscaldamento terrestre entro i 2°C, e idealmente entro gli 1,5°C) e l’azione nazionale (i contributi determinati a livello nazionale NDCs che si sono rivelati insufficienti) che ha fatto sì che secondo le previsioni le temperature globali aumenteranno di 2,5°C/3,7°C entro il 2100.

“Una volta concordato il testo di un trattato, le decisioni della Conferenza delle Parti (COP) non hanno il potere di creare obblighi oltre il testo del trattato”, avverte CIEL. Infatti “le decisioni COP che possono creare nuovi obblighi sono gli emendamenti al testo del trattato o un nuovo protocollo, entrambi i quali necessitano la ratifica delle parti per entrare in vigore e spesso richiedono anni, se non decenni”.

Meglio una “coalizione dei volenterosi” al di fuori del processo negoziale dell’UNEP?

“Molti paesi sono determinati a ottenere un trattato veramente ambizioso, il che significa che deve includere un limite alla produzione di plastica”, spiega a Materia Rinnovabile Neil Tangri, direttore scientifico e politico della Global Alliance for Incinerator Alternatives GAIA. “Se i paesi spoiler frustrassero questo sforzo all’INC-5, ciò potrebbe causare un collasso dei negoziati. Un’altra possibilità è quella di abbandonare completamente [il processo di negoziazione all’interno dell’] UNEP, costringendo i paesi che vogliono risolvere il problema a negoziare con coloro che stanno cercando di vanificare i loro sforzi. I negoziati all’interno di una coalizione dei volenterosi sarebbero più rapidi, più produttivi e, in definitiva, più efficaci.”

Neil Tangri

Gli elementi chiave di un trattato efficace

“Un trattato efficace sulla plastica richiede l’attuazione di politiche lungo l’intero ciclo di vita della plastica”, ha detto a Materia Rinnovabile Tara Olsen, ricercatrice nella sezione Produzione, mercati e politica dell’Università di Copenaghen e membro della Scientists’ Coalition for an Effective Plastics Treaty. “Include l’attuazione di misure a monte per ridurre la produzione primaria di plastica (PPP). Ciò è particolarmente importante dato che secondo le previsioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) la produzione, l’uso e i rifiuti generati aumenteranno del 70% entro il 2040 rispetto al 2020. Riconoscendo le sfide scientifiche nel quantificare un obiettivo fisso di PPP a lungo termine, come la potenziale sottostima dei reali costi ambientali e socioeconomici, sottolineiamo l’importanza che l’obiettivo rimanga scientificamente informato e adattivo nel tempo per allinearsi con le più recenti scoperte scientifiche.”

Olsen è una dei quasi mille scienziati indipendenti che hanno firmato la Scientists’ Declaration for the Global Plastics Treaty, la cui versione aggiornata per INC-5 è stata resa nota sabato 23 novembre, chiedendo ai membri di INC di concordare un trattato globale ambizioso basato su prove scientifiche per porre fine all’inquinamento da plastica entro il 2040.

Tara Olsen

Secondo Andrés del Castillo, Senior Attorney a CIEL, e Lindsey Jurca Durland, Campaign Specialist a CIEL, oltre a un limite alla produzione di plastica con obiettivi nazionali obbligatori, gli elementi essenziali per un trattato sulla plastica efficace sono il divieto per sostanze chimiche tossiche preoccupanti, misure commerciali rivolte ai paesi che non ratificheranno l’accordo, meccanismi di governance che evitano di bloccare il processo a causa del consenso, meccanismi finanziari innovativi. I due esperti avvertono che durante le negoziazioni sarà necessario vigilare sulle tattiche di ritardo, l’influenza dell’industria (a INC-3 il numero dei lobbisti era superiore a quello dei delegati del G7, a INC-4 a quello dei delegati dell’UE e di 87 paesi messi insieme), il pericolo di compromessi al ribasso che sacrificano l’ambizione del trattato in nome della tempistica, oltre all’influenza del nuovo presidente degli Stati Uniti sul trattato.

La questione di quale sarebbe il migliore strumento legale internazionale per combattere l’inquinamento da plastica si è posta sin dall’inizio delle negoziazioni. Meglio concludere un trattato globale senza obblighi vincolanti (tipo Accordo di Parigi), oppure un trattato ambizioso con una massa critica di “stati volenterosi”, regole comuni e impegni vincolanti (cioè una convenzione specifica, come ad esempio la Convenzione di Minamata sul mercurio)? Come analizzato dal WWF “nel lungo periodo è solitamente più facile aumentare la partecipazione che modificare il testo di un trattato”.

Tramite il ricorso al consenso e al diritto di veto, nelle COP sul clima e nell’Accordo di Parigi gli interessi legati all’economia dei combustibili fossili hanno bloccato le azioni per contenere il riscaldamento terrestre. Questi interessi hanno prevalso ancora una volta nella COP29 che si è conclusa ieri, domenica 24 novembre, a Baku, in Azerbaijan. Il 99% della plastica è prodotto a partire da fonti fossili e gli stessi stati che hanno bloccato l’azione sul clima hanno lavorato sin dall’inizio per bloccare lo sviluppo di un trattato efficace contro l’inquinamento da plastica. Resta da vedere quali saranno durante INC-5 le mosse della “coalizione dei volenterosi”. 

Immagine: Mumtahina Tanni, Pexels

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Lotta ai rifiuti di plastica sulle spiagge toscane: intervista con Tosca Ballerini https://www.semidiscienza.it/2024/08/02/intervista-con-tosca-ballerini/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=intervista-con-tosca-ballerini https://www.semidiscienza.it/2024/08/02/intervista-con-tosca-ballerini/#respond Fri, 02 Aug 2024 18:31:49 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=2872

In questa intervista abbiamo il piacere di parlare con Tosca Ballerini, scienziata e giornalista, nonché coordinatrice del progetto “Profili Antropici – La plastica come misura del nostro tempo”

Profili Antropici è un progetto di citizen science per quantificare i rifiuti antropici su tre spiagge della Toscana. Questo progetto, realizzato da Semi di Scienza in collaborazione con Sons of the Ocean, ha utilizzato il protocollo della Strategia Marina Europea per lo studio del marine litter, coinvolgendo 55 cittadini e analizzando i rifiuti in modo scientifico. I risultati sulle quantità e tipologie di macro rifiuti più abbondanti sulle spiagge toscane mostrano molte somiglianze con le spiagge a livello europeo.

Che cosa è il progetto Profili antropici?

Il progetto Profili Antropici nasce nel periodo della pandemia da Covid-19. È un’iniziativa di citizen science finalizzata alla quantificazione dei rifiuti antropici presenti su tre spiagge della Toscana. Per questo progetto abbiamo utilizzato il protocollo di raccolta e categorizzazione della Strategia Marina europea.

Il progetto è stato realizzato da Semi Di Scienza in collaborazione con un’altra associazione chiamata Sons of the Ocean e finanziato dall’8×1000 della Chiesa Valdese. Anche le amministrazioni dei comuni coinvolti ci hanno supportato durante il progetto, concedendoci il loro patrocinio. Io sono stata la coordinatrice del progetto, e hanno collaborato con me Yuri Galletti di Semi di Scienza e Daniela Tacconi di Sons of the Ocean. Insieme abbiamo scelto le zone di campionamento e abbiamo formato 55 cittadini che hanno partecipato al progetto. Durante le attività di raccolta e classificazione dei rifiuti, uno di noi era sempre presente per supervisionare e supportare i partecipanti.

Tra novembre 2022 e luglio 2023 abbiamo raccolto e classificato 11.237 rifiuti su tre spiagge toscane (Bocca di Serchio a Marina di Vecchiano, Cala del Leone a Livorno, Lillatro a Rosignano Marittimo). In ciascuna spiaggia abbiamo individuato un sito di campionamento e abbiamo svolto tre monitoraggi seguendo il protocollo della Strategia marina europea.

Abbiamo analizzato i rifiuti maggiormente presenti sulle spiagge e confrontato i nostri dati con quelli a livello europeo, inclusi quelli forniti dall’Agenzia europea dell’ambiente. Il nostro rapporto ha confermato le tendenze riscontrate a livello europeo, evidenziando tra i rifiuti più comuni mozziconi di sigaretta, bottiglie di plastica per bevande, tappi e coperchi in plastica, bastoncini di plastica per cotton fioc e pacchetti di patatine / incarti per dolciumi. In totale, nove oggetti su dieci erano di plastica, e quattro oggetti su dieci oggetti in plastica monouso secondo la direttiva europea sulle plastiche monouso. In tutti i siti e durante tutti i monitoraggi abbiamo osservato una quantità di rifiuti molto più grande della soglia di 20 rifiuti / 100 m di spiaggia indicata dalla Strategia marina per il buono stato ambientale (Good Environmental Status, GES). 

Questo tipo di dati è fondamentale per fare advocacy a livello comunale, cioè promuovere l’adozione di atti amministrativi per regolare in maniera efficace i rifiuti che più comunemente finiscono abbandonati in natura e nelle zone urbane. 

I risultati di Profili Antropici sono stati presentati al Decimo Simposio Internazionale “Il Monitoraggio Costiero Mediterraneo: problematiche e tecniche di misura” tenutosi a Livorno dal 11 al 13 giugno 2024. Lo studio completo sarà pubblicato negli atti del congresso. Per saperne di più visita questo articolo.

Classificazione dei rifiuti durante il primo monitoraggio a Bocca di Serchio, Marina di Vecchiano (Pisa). Da sinistra: Yuri Galletti, Tosca Ballerini, Daniela Tacconi.

Durante il progetto avete collaborato con i comuni. Puoi dirci qualcosa?

Uno degli obiettivi del progetto Profili Antropici era anche collaborare con le amministrazioni comunali dei tre comuni interessati, per capire cosa possono fare loro a livello locale. Le amministrazioni comunali sono infatti vicine ai cittadini e possono essere degli attori nel cambiamento necessario per ridurre o far scomparire il monouso di oggetti in plastica da quelle applicazioni dove esistono valide alternative come il riuso. 

Vuoi approfondire l’argomento della plastica monouso?

Molta attenzione va prestata alle cosiddette “regrettable substitutions”, che vietano un prodotto monouso in plastica tradizionale, ma ne consentono o addirittura promuovono l’utilizzo se fatto in altri materiali monouso, senza prendere in considerazione gli impatti ambientali di tali materiali alternativi né la loro possibile tossicità. Penso ad esempio al passaggio dall’acqua venduta in bottiglie di plastica monouso all’acqua venduta in cartoni di plastica monouso. Non ha senso da un punto di vista ambientale. Oppure il grande problema delle plastiche con caratteristiche di biodegradabilità e compostabilità, conosciute con il nome commerciale di “bioplastiche”. Ci sono delle applicazioni in cui usare un materiale plastico con caratteristiche di biodegradabilità e compostabilità ha dei vantaggi ambientali ed economici, come ad esempio i sacchetti per il conferimento dell’umido per quello che riguarda i rifiuti domestici. In altri casi invece, il passaggio da una plastica convenzionale a una “bioplastica” sposta semplicemente un problema da un materiale ad un altro, senza ridurre gli impatti ambientali come il littering. È questo il caso di tutti i prodotti monouso vietati dalla Direttiva europea sulle plastiche monouso (piatti, stoviglie, bastoncini per cotton fioc) che però sono ancora ammessi in Italia a causa di un recepimento difforme della direttiva stessa.

A livello internazionale gli interventi attuali non sono sufficienti per contenere l’inquinamento da plastica. È urgente ridurre la produzione di plastica primaria attraverso azioni a monte. La promozione del riuso è una delle azioni più importanti che possiamo fare. In questo senso, i comuni possono contribuire sviluppando strategie integrate che includono appalti pubblici, esemplarità e animazione territoriale.

Nel progetto Profili Antropici abbiamo dunque  identificato le misure ambientali già messe in atto dai tre comuni della costa toscana e abbiamo indicato altre possibili misure per ridurre l’inquinamento da plastica nei comuni coinvolti.

Hai trovato delle difficoltà?

No, devo dire che è stato molto piacevole lavorare sia con Yuri e Daniela, che con le amministrazioni comunali perché fin dall’inizio sono state interessate al progetto. Spero che potremo continuare con il progetto Profili Antropici nel futuro.

Quali sono i punti di forza del progetto Profili Antropici?

Uno dei principali punti di forza del progetto Profili Antropici è stato coinvolgere fin dall’inizio vari tipi di stakeholder, inclusi i cittadini. Molti cittadini già partecipavano alle pulizie delle spiagge, quindi erano già sensibili all’argomento dell’inquinamento da plastica, ma spesso dopo le operazioni di pulizia buttavano via i rifiuti raccolti. Noi, invece, ci siamo concentrati sulla catalogazione dei rifiuti, creando l’opportunità di discutere su come evitare che questi oggetti diventino rifiuti in primo luogo. 

Quindi abbiamo aumentato la consapevolezza dei partecipanti.

Un altro punto di forza è l’uso del metodo scientifico, seguendo il protocollo indicato dagli esperti della Strategia Marina Europea.

Non amo colpevolizzare il consumatore per l’abbandono dei rifiuti, poiché questa strategia è stata portata avanti dalle multinazionali per incolpare il cittadino e evitare l’applicazione da parte dei legislatori del principio della responsabilità estesa del produttore (EPR). Secondo questo principio, il produttore è responsabile degli imballaggi che mette in commercio anche dopo che sono diventati rifiuti. Questo principio è incluso nella legislazione europea, ma è ancora applicato in maniera troppo debole perché il contributo ambientale pagato attualmente dai produttori  non copre tutti  costi legati agli impatti dei rifiuti prodotti. 

Il progetto è terminato? Ci sarà una “seconda edizione”?

Attualmente, il progetto è concluso, ma abbiamo la volontà di proseguire. Stiamo cercando nuovi finanziatori e partner per espandere il nostro progetto, coinvolgendo altre amministrazioni e gruppi di associazioni. 

Ci piacerebbe formare altre associazioni che al momento si concentrano sulle pulizie delle spiagge senza raccogliere dati e che vogliono fare un passo in avanti, partecipando a questa categorizzazione rigorosa che consente di produrre dati scientifici.

Abbiamo anche sottomesso un nuovo progetto di citizen science sulla plastica ai Valdesi, questa volta rivolto alle scuole. Speriamo che venga approvato, poiché sarebbe complementare al lavoro svolto con le amministrazioni comunali.

Come ti ha arricchito personalmente il progetto?

Mi sono divertita molto a lavorare su questo progetto, e credo sia fondamentale che il lavoro che si fa piaccia. 

Sono orgogliosa perché nonostante fosse un piccolo progetto, siamo riusciti a fare una pubblicazione scientifica. Penso che i risultati che abbiamo ottenuto siano molto importanti per due motivi, primo perché abbiamo prodotto dei dati scientifici inediti per queste tre spiagge della Toscana e secondo per il rapporto di fiducia e collaborazione instaurato con le tre amministrazioni che cercheremo di portare avanti.

Questo progetto, secondo me, è un ottimo esempio di come si possa fare scienza al di fuori del mondo accademico.

Abbiamo parlato del progetto. Vuoi dirci qualcosa sulla tua vita personale e lavorativa?

Mi sono laureata in Scienze Naturali all’Università degli Studi di Firenze e ho fatto un dottorato di ricerca in Scienze Polari all’Università degli Studi di Siena. Ho poi lavorato in ambito accademico negli Stati Uniti e in Francia. 

Nel 2014 ho conseguito anche un diploma in giornalismo scritto e multimediale. 

Sono arrivata ad occuparmi dell’inquinamento da plastica un po’ per caso, grazie ad Expédition MED, un’associazione francese che organizza laboratori di citizen science a bordo di una barca a vela per studiare l’inquinamento da microplastiche in mare. 

Per quattro anni, ho lavorato come coordinatrice scientifica per questa associazione. Parallelamente a queste attività di citizen science, ho iniziato a interessarmi all’inquinamento da plastica anche dal punto di vista giornalistico, focalizzandomi su cosa possiamo fare per ridurre l’inquinamento da plastica. 

Per il magazine Materia Rinnovabile ho scritto sugli impatti delle plastiche in mare, sulla direttiva europea sulle plastiche monouso e su come questa è stata applicata in Italia. Ho cominciato a scrivere sui sistemi di deposito cauzionale per i contenitori di bevande, diventando quest’ultimo un mio elemento di specializzazione. 

Come giornalista, ho seguito anche il Regolamento europeo imballaggi e  rifiuti da imballaggio, e sto seguendo le negoziazioni internazionali per un trattato globale sulla plastica.

Tra le altre cose, attualmente, collaboro con la campagna nazionale italiana “A Buon Rendere – Molto più di un vuoto“, sostenuta, tra gli altri, anche da Semi di Scienza. Questa campagna promuove l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per i contenitori di bevande, applicando il principio del “chi inquina paga” sia all’industria che al consumatore. Se un consumatore non gestisce correttamente l’oggetto a fine vita, perde la cauzione. Ritengo che sia fondamentale avere leggi ambientali efficaci, e che sia responsabilità della nostra generazione farle attuare.

Durante lo svolgimento del progetto “Pelagos Plastic Free“, finanziato dal Santuario Pelagos dei Cetacei e condotto da Expédition MEd e Legambiente Italia, ho conosciuto Yuri Galletti, presidente dell’associazione Semi di Scienza, ed è lì che è stato messo a dimora il primo seme di Profili Antropici.

Approfondisci il progetto, scarica il poster con i risultati del progetto o leggi la traduzione italiana dell’articolo scientifico che abbiamo scritto, e leggi il confronto tra l’inquinamento sulle coste della Toscana e l’inquinamento a livello europeo.

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Profili Antropici – confronto con i Comuni https://www.semidiscienza.it/2024/05/01/profili-antropici-confronto-con-i-comuni/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=profili-antropici-confronto-con-i-comuni https://www.semidiscienza.it/2024/05/01/profili-antropici-confronto-con-i-comuni/#respond Wed, 01 May 2024 17:17:46 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=2782 Recentemente si è concluso il progetto di Citizen Science “Profili Antropici– La plastica come misura del nostro tempo”, finanziato dall’8 per Mille Chiesa Valdese, di cui Semi di Scienza è capofila e Sons of The Ocean di Livorno partner. Abbiamo quantificato i rifiuti abbandonati su tre spiagge caratterizzate da diverse condizioni ambientali. I risultati preliminari sono stati condivisi con le tre amministrazioni comunali direttamente coinvolte nel progetto (Livorno, Vecchiano e Rosignano Marittimo).

Sabato 4 maggio 2024 continueremo a parlarne insieme all’esperto Paolo Azzurro (ANCI Emilia Romagna) per individuare alcune misure di regolamentazione che possono essere adottate dagli amministratori locali, al fine di prevenire la dispersione della plastica.

L’incontro si terrà presso la sala della biblioteca dei Bottini dell’Olio a Livorno, il giorno 4 maggio dalle ore 10:00 alle ore 11:15. Sarà aperto a tutta la cittadinanza, non solo agli addetti ai lavori.

Sarà un momento di condivisione e racconto di un’esperienza di Citizen Science e di possibili azioni politiche concrete in un clima partecipativo e collaborativo.

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“Profili Antropici”: risultati del progetto https://www.semidiscienza.it/2023/12/31/si-e-concluso-il-progetto-di-citizen-science-profili-antropici/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=si-e-concluso-il-progetto-di-citizen-science-profili-antropici https://www.semidiscienza.it/2023/12/31/si-e-concluso-il-progetto-di-citizen-science-profili-antropici/#respond Sun, 31 Dec 2023 16:23:31 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=2635

Si è concluso il progetto di Citizen Science “Profili Antropici”, finanziato dall’8 per Mille Chiesa Valdese, grazie al quale abbiamo quantificato i rifiuti abbandonati su tre spiagge caratterizzate da diverse condizioni ambientali e di utilizzo da parte dei cittadini lungo la costa toscana e individuato possibili misure di regolamentazione che possono essere adottate dagli amministratori locali.

Le tre spiagge monitorate sono state Bocca di Serchio (Marina di Vecchiano, PI), Cala del Leone (LI), Lillatro (Rosignano, LI).

La maggior parte dei rifiuti trovati sono oggetti o frammenti di oggetti in plastica, e a ogni campionamento e in ogni spiaggia è stata superata la soglia precauzionale della Strategia marina europea per il buono stato ecologico: 20 rifiuti /100m.

L’inquinamento tossico da rifiuti di plastica mina la salute umana, contribuisce alla perdita di servizi ecosistemici e culturali e genera cambiamenti ambientali dannosi su larga scala e a lungo termine, mettendo a rischio la sostenibilità degli ecosistemi marini e costieri. Per essere affrontato, richiede l’adozione di misure normative a livello internazionale, nazionale e locale. L’identificazione degli oggetti maggiormente presenti nel marine litter è essenziale per definire le priorità delle politiche ambientali al fine di prevenire la dispersione della plastica e promuovere un’economia circolare.

Abbiamo condiviso i dati raccolti nell’ambito del progetto Profili Antropici con le tre amministrazioni comunali (Marina di Vecchiano, Livorno, Rosignano) e sottomesso un abstract per la X edizione del Simposio Internazionale “Il Monitoraggio Costiero Mediterraneo: problematiche e tecniche di misura” organizzato dall’Istituto di BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE) in collaborazione con la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF), che si terrà a Livorno dall’11 al 13 Giugno 2024 presso il Museo di Storia Naturale del Mediterraneo.

Di seguito i risultati del progetto in forma sintetica:

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DDL SALVAMARE: TRAGUARDI E OBIETTIVI MANCATI DELLA LEGGE CONTRO I RIFIUTI IN MARE* https://www.semidiscienza.it/2022/05/26/ddl-salvamare-traguardi-e-obiettivi-mancati-della-legge-contro-i-rifiuti-in-mare/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ddl-salvamare-traguardi-e-obiettivi-mancati-della-legge-contro-i-rifiuti-in-mare https://www.semidiscienza.it/2022/05/26/ddl-salvamare-traguardi-e-obiettivi-mancati-della-legge-contro-i-rifiuti-in-mare/#respond Thu, 26 May 2022 17:31:47 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=1678

di Tosca Ballerini

L’11 maggio il Senato ha approvato in via definitiva il cosiddetto “Ddl Salvamare” che prevede una gestione semplificata dei rifiuti accidentalmente pescati senza aggravio di costi e responsabilità per i pescatori e riconosce il ruolo delle associazioni ambientaliste nello svolgimento di campagne di pulizia del mare e delle acque interne.
Il Ddl però non pone un freno alla cattiva gestione delle foglie spiaggiate di Posidonia oceanica, aprendo al pericolo dello smaltimento come rifiuto di questa importante biomassa che è invece fondamentale per la protezione della biodiversità costiera e la protezione delle coste dall’erosione.

Un successo per il WWF

Il cosiddetto “Ddl Salvamare” sulla gestione dei rifiuti accidentalmente pescati è stato approvato in via definitiva dal Senato l’11 maggio dopo un lungo iter parlamentare iniziato nel 2019. Nell’Art. 2 prevede una gestione semplificata dei rifiuti accidentalmente pescati che sono stati riconosciuti come rifiuti urbani e possono essere conferiti a titolo gratuito presso gli impianti portuali, senza un aggravio di costi e responsabilità per i pescatori.
Questo riconoscimento è un successo per WWF Italia, che a tal fine dal 2019 ha portato avanti, in sinergia con le associazioni di categoria dei pescatori, un’intensa attività di interlocuzione con le forze parlamentari e con il Governo. Precedentemente, infatti, l’interpretazione del Ministero dell’Ambiente era che i rifiuti accidentalmente pescati fossero equiparati ai rifiuti delle navi, per i quali invece sono previste modalità di conferimento e rendicontazione specifiche, nonché il pagamento di una imposta. WWF ha dunque lavorato sul recepimento della Direttiva Europea 2019/883 sul conferimento dei rifiuti delle navi, avvenuto con il D. Lgs. 197/2021 (dove i rifiuti delle navi sono separati dai rifiuti accidentalmente pescati), e ora espressamente richiamato anche nel testo del Ddl Salvamare.
Domenico Aiello, avvocato Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia, dice a Materia Rinnovabile che la Legge Salvamare era “necessaria per risolvere il problema interpretativo, ma poteva essere scritta meglio. Adesso deve essere applicata e il soggetto che dovrà applicarla avrà un problema interpretativo perché il testo del’Art. 2 non è chiaro”. Al comma 1 dell’Art. 2 infatti, i rifiuti accidentalmente pescati sono ancora equiparati come rifiuti delle navi, è solo al comma 5 e 6 che sono definite modalità di conferimento e che vengono equiparati ai rifiuti urbani. L’avvocato spiega inoltre che, se non fosse stato per l’interpretazione non corretta della Direttiva Europea 2019/883, non sarebbe stato necessario scrivere una nuova legge, perché la formulazione del Codice dell’ambiente era già di per sé idonea a equiparare i rifiuti accidentalmente pescati ai rifiuti urbani. Durante le audizioni in Parlamento il WWF aveva infatti fatto proposta emendativa dell’art. 183 del Testo Unico Ambientale dove sono definiti i rifiuti urbani. Sarebbe bastato aggiungere dopo “rifiuti di qualunque natura o provenienza […] sulle spiagge marittime” le parole “e i rifiuti accidentalmente pescati” e si sarebbero evitate incertezze interpretative.
Tuttavia, ricorda l’avvocato, il Ddl Salvamare è importante perché istituzionalizza le campagne di pulizia di rifiuti e riconoscere il ruolo delle associazioni ambientaliste (Art. 3 del Ddl), oltre a prevedere le raccolte di rifiuti lungo i fiumi (Art. 6). I rifiuti raccolti durante le campagne di pulizia e sui fiumi potranno essere conferiti con le stesse modalità dei rifiuti accidentalmente pescati.

Ora servirebbero sgravi fiscali per i pescatori

È d’accordo che non sarebbe stata necessaria una nuova legge per consentire ai pescatori di riportare a terra i rifiuti incidentalmente raccolti in mare Gianfranco Amendola, ex magistrato ed esperto in normativa ambientale. “La principale cosa che non è esatta [attorno alla discussione sul Ddl Salvamare] è che si diceva che i pescatori erano costretti a ributtare a mare i rifiuti pescati incidentalmente perché rischiavano una sanzione per trasporto non autorizzato di rifiuti speciali. Ma questo non è vero quando si riferiva a rifiuti accidentalmente pescati”, spiega l’ex magistrato, che in passato aveva proposto di risolvere il problema di tali rifiuti tramite delle ordinanze specifiche da parte dei comuni.
Secondo Amendola il problema adesso è di vedere quanto tempo ci vorrà prima che la legge diventi operativa e dice a Materia Rinnovabile che “ci vorrebbero soldi per i comuni e sgravi fiscali per i pescatori da dare subito, in funzione di quanti rifiuti portano a terra.
Sauro Pari, presidente di Fondazione Cetacea e da anni impegnato in progetti di Fishing for litter con i pescatori tramite progetti europei come Clean Sea Life e Marles, accoglie con favore l’approvazione del Ddl Salvamare e dice a Materia Rinnovabile che si potrebbe pensare di prevedere un minimo di rimborso spese per i pescatori, che i giorni in cui non vanno a pesca potrebbero andare a pescare rifiuti”.

E le microfibre?

Secondo WWF Italia è “incomprensibile” la soppressione dell’art.12 introdotto durante il precedente esame al Senato, poi eliminato nel passaggio alla Camera, prima di passare nuovamente al Senato per l’approvazione definitiva del DDL. L’articolo recava disposizioni in materia di prodotti che rilasciano microfibre volte in particolare a prescrivere obblighi di etichettatura per i prodotti tessili o di abbigliamento che rilasciano microfibre al lavaggio.
“Pensiamo che sarebbe stato molto utile dal punto di vista dell’informazione al cittadino, che avrebbe potuto scegliere di lavare i capi sintetici che rilasciano microfibre a mano invece che in lavatrice” dice Aiello. “Non dobbiamo tutelare il mare solo dalle macroplastiche, perché anche le microfibre sono un problema molto serio”. Secondo uno studio sulla rivista scientifica Marine Pollution Bullettin, per un carico di lavaggio medio di 6 kg potrebbero essere rilasciate nelle acque di scarico oltre 700mila microfibre a lavaggio, rappresentando una fonte importante di inquinamento da microplastiche per gli ambienti acquatici.

Per salvare il mare: dal Plastic Free al Plastic No More

“Il nome della legge è molto bello. Ma in realtà è solo un nome. Chi è che non vuole salvare il mare? Veniamo dal mare, respiriamo il mare. È una cosa bellissima. Hanno trovato un nome semplice, banale ed efficace” dice a Materia Rinnovabile Silvio Greco, biologo marino e dirigente di ricerca alla Stazione Zoologica A. Dohrn, che per 24 anni ha condotto ricerche scientifiche sulle specie ittiche a bordo di pescherecci. “Noi abbiamo sempre raccolto rifiuti di plastica. Il problema è che si raccolgono bottiglie, sedie, teloni, rifiuti di grandi dimensioni, tutti oggetti che rientrano in quelle che chiamiamo macroplastiche. Il problema è che non possiamo rimuovere in alcun modo le microplastiche e le nanoplastiche, che ormai si trovano nel corpo degli organismi viventi. Le persone dovrebbero sapere questo” dice il ricercatore, ricordando che vari tipi di polimeri plastici e di additivi a essi associati sono stati ritrovati non solo nelle feci, ma anche nella placenta, nel sangue, e nei polmoni della nostra specie.
“Il modo per risolvere il problema dei rifiuti plastici è semplice: smettere di produrre nuovi oggetti in plastica. Dobbiamo passare dal Plastic Free al Plastic No More” dice il ricercatore. “Dobbiamo evitare assolutamente che la plastica arrivi a mare. Per evitare che arrivi al mare dobbiamo abbandonare il monouso. Se non riduciamo la produzione di plastica e non aumentiamo il riutilizzo non arriveremo mai a risolvere il problema dell’inquinamento da plastica”. Secondo Greco l’Italia dovrebbe anche “fare chiarezza” sul recepimento della Direttiva europea sulle plastiche monouso SUP, nel quale ha introdotto esenzioni per alcuni prodotti monouso prodotti con bioplastiche con caratteristiche di biodegradabilità e compostabilità. Un recente studio scientifico condotto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche assieme ad altri partner conferma studi precedenti che avevano mostrato che anche le bioplastiche si degradano lentamente nell’ambiente naturale, con tempi molto più lunghi di quelli che si verificano in condizioni di compostaggio industriale.

La posidonia oceanica: un tesoro ecologico, non un rifiuto

L’Art. 5 del Ddl Salvamare include norme in materia di gestione delle biomasse vegetali spiaggiate. WWF Italia nota che permangono delle importanti lacune sulla gestione delle biomasse vegetali, perché non viene posto freno alla cattiva gestione delle cosiddette banquette, cioè gli accumuli sulle spiagge di foglie morte di posidonia oceanica.
La posidonia oceanica è una pianta marina endemica del Mediterraneo, che svolge un ruolo ecologico chiave per la produzione di ossigenosequestro del carbonio, creazione di habitat riproduttivi per le specie ittiche. Lo spiaggiamento delle foglie di posidonia oceanica è un fenomeno naturale e le banquette sono strutture naturali che contribuiscono alla costruzione dell’habitat dunale e proteggono le coste dall’erosione. Sono tutelate ai sensi del Protocollo relativo alle Aree Specialmente Protette e alla Biodiversità del Mediterraneo, sottoscritto dall’Italia nell’ambito della Convezione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo dai rischi dell’inquinamento. “Gli emendamenti sulla gestione delle biomasse vegetali sono stati introdotti in fasi successive della discussione del Ddl rispetto al nostro coinvolgimento iniziale nel 2019 per la definizione di rifiuti urbani, e come WWF Italia non siamo stati coinvolti”, precisa l’avvocato Aiello.
“La gestione delle foglie spiaggiate di posidonia oceanica è già disciplinata da linee guida di ISPRA e in generale si deve stare attenti a non considerarle come dei rifiuti, perché invece sono importantissime per prevenire l’erosione costiera”Secondo il legale il testo dell’art. 5 non è chiaro e questo è “preoccupante” perché la sua interpretazione consente di aprire in maniera molto forte allo smaltimento delle banquette, in quanto l’articolo dice che se ne ha la facoltà. Per ragioni di tempo può essere più conveniente per le amministrazioni comunali rimuovere le foglie spiaggiate invece che gestirle secondo le Linee Guida per la Spiaggia Ecologica redatte da ISPRA, spiega Aiello.
Il WWF auspica che questi punti siano oggetto di successivi interventi del legislatore, con l’obiettivo di dare concreta attuazione ai nuovi principi costituzionali di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi.

*articolo apparso precedentemente su https://www.renewablematter.eu/

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Accordo sulla plastica: ora serve ridurre i livelli insostenibili di produzione e consumo* https://www.semidiscienza.it/2022/03/09/accordo-sulla-plastica-ora-serve-ridurre-i-livelli-insostenibili-di-produzione-e-consumo/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=accordo-sulla-plastica-ora-serve-ridurre-i-livelli-insostenibili-di-produzione-e-consumo https://www.semidiscienza.it/2022/03/09/accordo-sulla-plastica-ora-serve-ridurre-i-livelli-insostenibili-di-produzione-e-consumo/#respond Wed, 09 Mar 2022 08:35:02 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=1585 Il 2 marzo la quinta Assemblea dell’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEA5) ha raggiunto un accordo storico e concordato un mandato per negoziare un trattato legalmente vincolante che affronti l’intero ciclo di vita della plastica, dall’estrazione di petrolio e gas, alla produzione e smaltimento post-consumo. Un Comitato Internazionale di Negoziazione (INC) sarà incaricato di redigere e ratificare il trattato entro il 2024.

Ambiente, clima e salute: gli obiettivi del patto sulla plastica

Secondo l’accordo raggiunto dalle parti, il trattato coprirà l’inquinamento da plastica in ogni ambiente, terrestre e marino, e sarà accompagnato da un sostegno finanziario e tecnico, compreso un organismo scientifico che lo consiglierà. Il Comitato Internazionale di Negoziazione potrà aggiungere nuovi argomenti rilevanti che non sono stati discussi o che hanno ricevuto poca attenzione nei negoziati attuali, come gli impatti sul clima, le sostanze tossiche e la salute. Il mandato riconosce, per la prima volta in una risoluzione ambientale, i raccoglitori di rifiuti come importanti fonti di conoscenza e competenza il cui coinvolgimento sarà vitale per risolvere la crisi da rifiuti di plastica. Questo rappresenta un progresso innovativo per una transizione equa che avrà un impatto sulla vita di milioni di persone.
L’aspetto più significativo del mandato è quello di raccomandare misure per promuovere la produzione e il consumo sostenibili delle materie plastiche, compresi, tra l’altro, la progettazione dei prodotti e la gestione ecologica dei rifiuti, anche attraverso approcci di efficienza delle risorse e di economia circolare. A oggi la produzione di plastica è destinata a quasi quadruplicare entro il 2050 e a occupare il 10-13% del bilancio globale del carbonio, mettendo in pericolo la possibilità di contenere il riscaldamento terrestre entro 1,5°C.

In cerca di soluzioni vere per ridurre la produzione di plastica

Nei mesi e nei giorni precedenti l’UNEA5, la società civile ha mostrato un sostegno schiacciante per un trattato globale e vincolante sulla plastica, che è stato chiesto da oltre 1000 gruppi della società civile, 450 scienziati che lavorano sull’inquinamento da plastica, e più di un milione di individui in tutto il mondo. Così come nel caso di altre sfide ambientali globali quali la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico, la causa di fondo del problema dell’inquinamento da plastica è radicata negli attuali livelli insostenibili di produzione e consumo. Un trattato che metta delle restrizioni sulla produzione, l’uso o il design della plastica avrà un impatto sulle compagnie petrolchimiche che producono plastica vergine, e sui giganti dei beni di consumo che vendono migliaia di prodotti in imballaggi monouso. Durante le fasi di negoziazione del trattato sarà necessario continuare con la pressione della società civile per evitare che l’industria tenti di inserire false soluzioni e annacquare il trattato.


Il trattato dovrà promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative di riuso, ricarica, tradizionali e senza plastica, assicurando una base di prove sufficiente per evitare sostituzioni deplorevoli tra oggetti in plastica monouso e oggetti monouso fatti di altri materiali. Materiali alternativi ai polimeri plastici tradizionali possono infatti avere anch’essi impatti negativi sulla biodiversità e contribuire al riscaldamento terrestre tramite le emissioni durante il loro ciclo di vita. Le decisioni su come ridurre l’inquinamento da plastica dovranno essere basate su solide prove scientifiche.


L’inquinamento che deriva dalla sovrapproduzione di plastica è irreversibile. A causa dei suoi effetti tossici mette in pericolo la salute umana, contribuisce alla perdita di biodiversità, e aggrava il cambiamento climatico. Un trattato globale sulla plastica che aderisca al mandato dell’UNEA5 si unirebbe al protocollo di Montreal e all’Accordo di Parigi come una delle leggi ambientali internazionali più significative nella storia del mondo. Il lavoro è appena iniziato.

Autrice: Tosca Ballerini – membro del consiglio direttivo di Semi di Scienza

*articolo apparso precedentemente su Materia Rinnovabile

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Esplorare il mondo della plastica ai tempi delle scuole medie https://www.semidiscienza.it/2021/06/28/esplorare-il-mondo-della-plastica-ai-tempi-delle-scuole-medie/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=esplorare-il-mondo-della-plastica-ai-tempi-delle-scuole-medie https://www.semidiscienza.it/2021/06/28/esplorare-il-mondo-della-plastica-ai-tempi-delle-scuole-medie/#respond Mon, 28 Jun 2021 12:27:55 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=1428 In questo anno di seconda media, con l’aiuto delle nostre professoresse di italiano, storia e geografia (Prof.ssa Aiello) e di matematica e science (Prof.ssa Siniscalchi), abbiamo fatto diversi laboratori riguardanti le tematiche ambientali.

In particolare ci siamo occupati della plastica sotto tutti i punti di vista, dalla sua importanza nelle nostre vite ai suoi impatti nell’ambiente naturale.
Per lavorare al meglio ci siamo divisi in cinque gruppi da tre o quattro persone e ci siamo assegnati diverse tematiche: 1) l’impatto ambientale della plastica; 2) l’impatto della plastica sui mari e sugli oceani; 3) l’evoluzione della plastica e le bioplastiche; 4) le soluzioni pratiche a scuola e nella società; 5) la storia e l’utilità della plastica.
Abbiamo scoperto che la plastica è un materiale ubiquitario, che si trova ormai ovunque e che, se abbandonata, può provocare dei danni all’ambiente e alle specie animali. Non riciclare correttamente può portare infatti a danni irreversibili come l’inquinamento del mare da microplastiche che vengono poi ingerite dagli animali marini con gravi conseguenze sulla loro salute.

Abbiamo inoltre intervistato il rappresentante di un’azienda toscana, la Revet, che si occupa del riciclo della plastica per capire qual è il percorso di questo materiale una volta conferito nell’apposito contenitore del multimateriale.

Un momento molto importante è stato quando abbiamo potuto presentare il nostro lavoro agli studenti di prima media. Abbiamo infatti creato dei cartelloni con il contenuto delle nostre ricerche. Sono venuti molto colorati e spiegarli alla prima è stata un’esperienza nuova e divertente. Le abbiamo mostrate in giardino, distanziati per seguire le norme anti-Covid.  

Negli ultimi anni ci stiamo rendendo conto dei rischi che stiamo correndo e stiamo cercando di trovare vie più sostenibili per far funzionare la nostra società, rendendo le persone più consapevoli e informate sui danni causati dagli impatti antropici. Ognuno di noi può dare un contributo, anche piccolo. Anzitutto dobbiamo fare attenzione a fare la raccolta differenziata e cercare di riciclare il più possibile. Un’altra azione efficace potrebbe essere quella del riuso degli oggetti, plastica compresa laddove sia possibile.

Noi pensiamo che questo laboratorio sull’ecologia sia stato molto importante e istruttivo, ci ha insegnato che bisogna rispettare e salvaguardare la natura e tutte le sue specie, che l’ambiente è molto importante, che non bisogna inquinarlo, e che bisogna cercare di proteggerlo perché è il luogo in cui viviamo, in cui dobbiamo crescere e in cui un domani dovranno crescere i nostri figli.

Autori: le ragazze e i ragazzi della classe 2°A (a.s. 2020-2021) della scuola secondaria di primo grado di Riglione dell’I.C. Gamerra di Pisa.

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Mascherine (e guanti): una nuova ripartenza o la solita vecchia storia? https://www.semidiscienza.it/2020/05/11/mascherine-e-guanti-una-nuova-ripartenza-o-la-solita-vecchia-storia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=mascherine-e-guanti-una-nuova-ripartenza-o-la-solita-vecchia-storia https://www.semidiscienza.it/2020/05/11/mascherine-e-guanti-una-nuova-ripartenza-o-la-solita-vecchia-storia/#respond Mon, 11 May 2020 16:23:36 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=950

All’inizio del mese di aprile è uscito sul «manifesto» un bell’articolo di Angel Luis Lara [1], tradotto da Pierluigi Sullo dallo spagnolo e comparso originariamente sul quotidiano indipendente online «El Diario» pochi giorni prima, alla fine di marzo.

È un articolo che dice cose ragionevoli, condivisibili, di cui anche i più “distratti” hanno una qualche cognizione. Al suo interno si traccia brevemente la storia, anche scientifica, che ha portato “in tempi non sospetti” (2016 e anche diversi anni prima) a identificare rischi e pericoli di uno spillover, cioè di un salto di specie da animali a esseri umani. E ovviamente tanta parte della colpa è quella che, come specie, sappiamo di avere: lo sfruttamento intensivo delle risorse, la sempre più spinta erosione degli ecosistemi insieme a un’altra serie di concause, hanno creato le condizioni ideali perché tutto ciò che è avvenuto, finora, avvenisse. È un “mantra” che molti di noi hanno ascoltato, ma l’articolo pone poi l’accento, alla fine, su quella che dovrebbe essere vista (anche) come una reale occasione per cambiare:

“Un giornalista si è avventurato qualche giorno fa ad offrire una risposta sull’origine del Covid-19: “Il coronavirus è una vendetta della natura”. Al fondo non gli manca una ragione. Nel 1981 Margaret Thatcher depose una frase per i posteri che rivelava il senso del progetto cui lei partecipava: “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima”. La prima ministra non ingannava nessuno. Da tempo la ragione neoliberista ha convertito ai nostri occhi il capitalismo in uno stato di natura. L’azione di un essere microscopico, tuttavia, non solo sta riuscendo di arrivare anche alla nostra anima, ma ha spalancato una finestra grazie alla quale respiriamo l’evidenza di quel che non volevamo vedere. Ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso. La sua mobilità aerea sta mettendo allo scoperto tutte le violenze strutturali e le catastrofi quotidiane là dove si producono, ossia ovunque. Nell’immaginario collettivo comincia a diffondersi una razionalità di ordine bellico: siamo in guerra contro un coronavirus. Eppure sarebbe forse più esatto pensare che è una formazione sociale catastrofica quella che è in guerra contro di noi già da molto tempo. Nel corso della pandemia, le autorità politiche e scientifiche dicono che sono le persone gli agenti più decisivi per arginare il contagio. Il nostro confinamento è inteso in questi giorni come il più vitale esercizio di cittadinanza. Tuttavia, abbiamo bisogno di essere capaci di portarlo più lontano. Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi. Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo.

Ecco, quest’ultima frase è quella su cui dovremmo riflettere a livello collettivo. Come ha affermato Churchill: «L’era della procrastinazione, delle mezze misure, degli espedienti lenitivi e sconcertanti, dei ritardi sta per concludersi. Al suo posto stiamo entrando in un periodo di conseguenze». Anzi, aggiungerei, ci siamo già entrati – ma Churchill scriveva quello che scriveva per altre ragioni e nel 1936, quindi è scusato.

E invece? Invece i segnali sono tutti contrari: nessuno, tra quelli che contano, sembra aver riflettuto abbastanza nei due mesi di lockdown, sul modo in cui viviamo e anzi: si invoca da più parti una ripartenza “più forte di prima”. In un paese come il nostro dove ci sono 62 auto ogni 100 abitanti (avete letto bene: e gli abitanti sono da zero agli ultracentenari e il dato è relativamente vecchio perché è del 2017[2]) e siamo i primi in Europa (verrebbe da dire: per stupidità), sui telegiornali nazionali si intervistano… i venditori di auto che non hanno battuto chiodo nel primo trimestre di quest’anno (5mila auto vendute in tutto, a fronte delle 175mila nello stesso periodo dello scorso anno).

Poi ci sono le mascherine e i guanti: un’industria fiorente in questo periodo, verrebbe da dire, ma che vuole essere industria a tutti i costi. Facciamo un calcolo terra terra. Mettiamo che, dei 60 milioni di italiani, quotidianamente solo la metà abbia la necessità di utilizzare una sola mascherina e un solo paio di guanti al giorno. Vi sembra ragionevole? Diciamo che lo è anche se non lo è. Mettiamo che questa giusta precauzione debba essere esercitata, per legge, per i prossimi 6 mesi. Sei mesi sono la metà di un anno, ovvero 183 giorni per 30 milioni di italiani fanno 5 miliardi e 490 milioni di mascherine e altri 5 miliardi e 490 milioni di paia di guanti. Ho fatto il “conto della serva”, ma stiamo parlando di quantità difficili da immaginare. E anche di un discreto numero di euro – per l’esattezza 2 miliardi e 745 milioni se mascherina + guanti costassero 0,5 euro. Ma se constassero anche solo 0,3 euro stiamo comunque parlando di un miliardo e 647 milioni di euro. Una bella torta da spartire, soprattutto se l’orizzonte sono 6 mesi.

Le persone poi, per un effetto psicologico comprensibile – anche se non è comprensibile né condivisibile il comportamento che ne segue – una volta fatta la spesa o usati i “dispositivi di protezione individuale”, temendo che siano infetti, cosa fa? Li butta a terra! Non ci credete? Queste sono alcune foto scattate a Pisa, in città. Che credo non sia però l’unica città in cui questo avviene.

Quattro giorni fa – un po’ tardi forse… ­– un giornale online di Rovigo, «Rovigo Oggi», pone la questione, mostra una foto scattata fuori da un supermercato e offre delle indicazioni “locali” (per la zona, fornite dall’azienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti urbani)[3].

Solo oggi, 11 maggio, il Ministero della Salute mette online un vademecum di come “trattare” quello che, una volta usato (i dispositivi di protezione individuali), diventa rifiuto: semplicemente buttare nell’indifferenziato[4].

Nella nota inoltre, per fortuna e meno male, si parla anche delle “mascherine di comunità”, vale a dire quelle mascherine prodotte (anche) artigianalmente e lavabili, ammesse, a patto che siano multistrato, con la funzione «di ridurre la circolazione del virus nella vita quotidiana» pur non essendo «soggette a particolari certificazioni. Non devono essere considerate né dei dispositivi medici, né dispositivi di protezione individuale, ma una misura igienica utile a ridurre la diffusione del virus SARS-COV-2». Ma grazie alle quali, forse, potremmo sperare di inquinare un po’ meno il mondo e di trasformare nel solito meccanismo del business as usual anche questa vicenda.

Luciano Celi

[1] Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema, «Il manifesto», 4 aprile 2020.

[2] https://www.ansa.it/canale_motori/notizie/analisi_commenti/2017/05/08/italia-prima-in-europa-nel-rapporto-tra-auto-e-abitanti_516357f7-6d1d-401a-b6c9-3fd4d2c2b0fc.html

[3] https://www.rovigooggi.it/n/98931/2020-05-07/mascherine-e-guanti-usati-non-vanno-buttati-a-terra

[4] http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioNotizieNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4722

Clicca qua per scaricare la guida “Come indossare, utilizzare, togliere e smaltire le mascherine nell’uso quotidiano” a cura dell’ISS.

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Plastica in mare, soluzioni a terra https://www.semidiscienza.it/2019/09/14/plastica-in-mare-soluzioni-a-terra/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=plastica-in-mare-soluzioni-a-terra https://www.semidiscienza.it/2019/09/14/plastica-in-mare-soluzioni-a-terra/#respond Sat, 14 Sep 2019 12:59:58 +0000 https://www.semidiscienza.it/?p=631

Il 13 Settembre 2019, al Kykeon events lab a Pisa la nostra socia Tosca Ballerini, giornalista freelance, coordinatrice scientifica di Expedition MED, e esperta di plastisfera, ci ha raccontato lo stato attuale della plastica nei mari.

Tosca ha quantificato il problema e ha parlato dei possibili impatti sull’ecosistema marino e delle conseguenze sulla salute degli animali, umani inclusi. Tosca ha anche parlato delle tanto discusse bioplastiche, e ha descritto in modo dettagliato la direttiva europea che presto dovrebbe trasformarsi in legge nei paesi europei.

Perché, come ha sottolineato Tosca, va bene l’impegno del singolo individuo, ma prima occorre la volontà e l’impegno della governance nazionale e internazionale.

Vedi una parte dell’intervento di Tosca cliccando qua!!!

A presto con altri eventi!

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